Desidero per prima cosa ringraziare il collega Onorevole Domenico Di Virgilio per aver organizzato questo incontro su di un tema così attuale e così delicato come quello del testamento biologico.
Occorre premettere che in questi anni, le innovazioni tecnologiche, la ricerca medica ed i costanti progressi in campo biologico hanno determinato un radicale miglioramento delle condizioni di vita di ciascun individuo ed un avanzamento della vita media e della qualità dell’esistenza umana.
Il progresso scientifico permette oggi di prolungare artificialmente la vita di una persona anche al di là delle umane possibilità, aprendo il campo a difficili decisioni riguardo le cure, l’assistenza ed i pericoli correlati ad un accanimento terapeutico che sia eccessivamente penalizzante per il paziente, tenuto artificialmente in vita.
In un tale contesto si è aperto nella società italiana un dibattito serrato sulla necessità di definire regole più precise riguardo la possibilità per il paziente di definire, attraverso uno specifico testamento biologico, le proprie volontà circa le cure che egli intende accettare nel caso si venga a trovare in uno stato di incapacità di intendere e volere.
E c’è in questo momento nel Paese una ondata di consenso che sembra accompagnare la volontà di approvare una legge che regoli l’istituto delle cosiddette direttive anticipate, ma io credo che una tale legge potrebbe risultare inadatta a rispondere alle esigenze per cui viene invocata. E cercherò di spiegare le mie ragioni.
Purtroppo ho la sensazione che stia prevalendo nel dibattito, soprattutto politico, il principio che esiste un diritto assoluto di rifiutare, da parte della persona malata, i trattamenti sanitari, mentre invece ritengo che esiste anche un dovere alla tutela della propria salute e della propria vita, che deve essere ribadito con forza anche dal legislatore, perché la vita dei cittadini è un bene per la stessa società.
La vita umana deve essere difesa e tutelata in ogni fase e in ogni condizione. Non ci sono vite degne di essere vissute e altre no.
Ogni vita umana possiede in sé un valore e una dignità che non sono alla mercè delle circostanze, che nessuna malattia o disabilità può scalfire.
Noi vogliamo riaffermare la ‘cultura della vita’, mentre oggi, purtroppo, sta prevalendo una volontà pervicace di affermare la ‘cultura della morte’.
Ma venendo al tema in discussione, quello del testamento biologico, io credo ci siano ancora molti punti su cui avanzare dubbi legittimi e che, a mio avviso, rappresentano una criticità:
- Innanzitutto le cosiddette ‘direttive anticipate’ sono generiche e generali. E per di più risultano astratte.
- Inoltre vengono sottoscritte da una persona che non è ancora diventata un ‘paziente’, che cioè non sta ancora sperimentando la malattia e non sa nemmeno di quale malattia potrà essere vittima. Con il rischio che il verificarsi della situazione concreta possa far variare o sviluppare sentimenti e desideri diversi da quelli espressi in precedenza dal paziente.
- Le ‘direttive anticipate’ rischiano, poi, per la loro formalità e per la loro formulazione fuori dal rapporto terapeutico, di stravolgere la prassi medica, riducendola ad una generica prestazione d’opera e non favoriscono quel confronto, che è invece possibile a partire da un consenso informato che è sempre circostanziato. Con il rischio reale di creare un conflitto con l’autonomia del medico ridotto, ad un mero esecutore della volontà del paziente ed umiliato nella sua coscienza professionale.
- Le ‘direttive anticipate’, infine, sono scritte in una situazione di incertezza conoscitiva quanto alla situazione personale e alla situazione della prassi clinica nella quale potranno diventare attuali.
Si dice, che le ‘direttive anticipate’ potrebbero servire per evitare l’accanimento terapeutico, cioè il persistere in terapie sproporzionate rispetto alle condizioni del malato. Dobbiamo, però, a questo proposito ricordare che un trattamento non può essere considerato in sé sproporzionato, se non valutandolo all’interno di una situazione specifica e, quindi, non prima che questa si sia verificata.
E’ difficile, però, sostenere che il rifiuto dell’accanimento terapeutico può essere oggetto di scelta, perché l’accanimento terapeutico è già illegittimo sia sul piano clinico che su quello etico.
E quindi non può essere il paziente a chiederne la sospensione, ma piuttosto il medico a decidere quando i trattamenti possono configurarsi su quel paziente come accanimento terapeutico.
Ma i problemi sono molteplici.
Dalle difficoltà che ci sono nel definire una situazione di incapacità di intendere e volere della persona malata, fino alla determinazione della figura del cosiddetto ‘fiduciario’, cioè colui che dovrebbe farsi interprete delle volontà anticipate del paziente.
Ci piacerebbe che in questo dibattito si parlasse di più della sacralità della vita, della responsabilità del medico e del suo rapporto, unico e personale, con il paziente, che non può certamente essere espropriato da una legge.
Ci piacerebbe parlare di più di cure palliative, che sono la vera e più efficace alternativa alla sofferenza.
Ci piacerebbe parlare di più di assistenza vera ai malati cronici e terminali e alle loro famiglie, perché non si sentano abbandonati ed arrivino quindi a desiderare la morte come soluzione unica ed estrema alla propria sofferenza.
Questi sono alcuni dei problemi che questi mesi di dibattito non hanno ancora chiarito.
Certo è che i problemi elencati sono strettamente correlati e si intersecano con un pericolo ben più grave e delicato.
Quello che legiferando sulle dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario e sul testamento biologico, si intenda introdurre e legittimare surrettiziamente l’EUTANASIA nel nostro ordinamento.
Di fronte a questo pericolo occorre rispondere con grande fermezza e riaffermare il principio che non c’è nessuna vita, anche la più sfortunata, la più complicata, la più penalizzante, che non valga la pena di essere vissuta fino in fondo.
E che la morte è un fatto, non un diritto e pertanto non può essere oggetto di una scelta sostenuta dal nostro ordinamento.
Onorevole Isabella Bertolini - Roma 13 febbraio 2007