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roma 14/2/2007

L'editoriale - I cattolici che, in coscienza, preferiscono stare coi vescovi


Ingerenza indebita, iniziativa in contrasto con l’insegnamento di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II, negazione della libertà di coscienza, rifiuto di accettare e comprendere umani desideri, politicizzazione del proprio magistero, ricatto verso i parlamentari cattolici, richiamati a un’obbedienza dal sapore ottocentesco: queste le accuse rivolte da una serie di esponenti del cattolicesimo democratico ai vescovi italiani, dopo l’annuncio di una futura nota vincolante della Conferenza episcopale sulla questione delle coppie di fatto.

Il cardinale Camillo Ruini, ha dichiarato a Repubblica lo storico Giuseppe Alberigo, ha un problema di vocazione mancata, “avrebbe voluto essere segretario di partito invece di fare il presidente della Cei”, mentre il costituzionalista Leopoldo Elia si duole che la chiesa italiana rifiuti di “europeizzarsi” e che lavori per conservare un’anacronistica “eccezione italiana”.

Il richiamo del Papa e dei vescovi, e le sue particolari modalità, sono invece, a giudizio del professor Francesco Botturi, docente di Filosofia morale alla Cattolica di Milano, “segno che la chiesa valuta la questione morale in gioco come molto rilevante. Elia sottolinea che nemmeno ai tempi del divorzio e dell’aborto sono stati usati toni così severi, ma trascura che la chiesa risponde a una logica di realtà, quando ritiene di dover segnalare che sono in gioco le fonti dell’esistenza umana, non la forma ma la matrice stessa della vita”. Anche lo storico della chiesa Gian Maria Vian vede nella posizione dei vescovi “una semplice assunzione di responsabilità. La Cei ha tutto il diritto di fare chiarezza su un tema che pesa sul piano della vita sociale, e di scegliere il modo per segnalare la propria preoccupazione. Se intervenire nella vita sociale segnalando un grave problema morale significa far politica, i vescovi hanno tutto il diritto di farla”Secondo il sociologo delle religioni Massimo Introvigne, “gli argomenti della polemica contro la Cei rivelano quanto sia duro a morire un vecchio equivoco, riassunto dall’idea che se i cattolici possono scegliere di non divorziare, di non abortire, di non ricorrere ai Dico, devono lasciare che i non credenti agiscano come vogliono.

La chiesa ha diritto a intervenire non solo sul piano dei temi della fede, ma anche su quello dei temi morali. Campo in cui ha una bimillenaria tradizione di interpretazione del diritto naturale e delle regole comuni della società. Niente di scandaloso se richiama al rigore i cattolici e invita alla convergenza chi non lo è”.

Anche Marta Sordi, storica del mondo antico, sottolinea che “quello della Cei è un doveroso richiamo alla legge naturale, che era chiarissima anche ai pagani. Chi critica la presunta ingerenza della chiesa perché dovrebbe bastare, ai credenti, non fare quello che considerano illecito, non tiene conto del fatto che, in democrazia ognuno vota secondo la propria coscienza, non secondo quella altrui”.Il filosofo della politica Vittorio Possenti considera positivamente l’iniziativa dei vescovi e trova pretestuose le critiche di invasione di campo loro rivolte, perché la Cei “altro non fa che riportare in primo piano il vero compito della legge civile, che non è quello di riconoscere a tutti i desideri la facoltà di diventare diritti. Compito della legge civile è di indirizzare i comportamenti, e come si fa a negare alla chiesa la facoltà di richiamare all’esistenza del diritto naturale, e cioè di qualcosa che non è a disposizione delle maggioranze parlamentari e dei desideri dei singoli?”.

La storica Lucetta Scaraffia, vicepresidente dell’associazione Scienza e Vita, contesta a sua volta l’accusa “di ingerenza indebita nella politica italiana rivolta alla chiesa. Il tema della famiglia, del suo assetto, del suo senso, ha a che fare con l’idea dell’uomo e non si può pretendere che la chiesa faccia finta di nulla di fronte a un’aggressione all’idea stessa di matrimonio.

Il matrimonio che la chiesa vuole difendere ha radici profonde nelle tradizioni religiose europee, che si rispecchiano, in un certo senso, anche in quello civile, il quale riconosce diritti e doveri di una coppia di non credenti.

Si chiama ingerenza quello che in realtà è un avvertimento: attenzione, quello che si sta proponendo non è un ampliamento della libertà ma un attacco alla cultura su cui si basa la convivenza nella nostra società”. E il sociologo Luca Diotallevi, che a ottobre, al convegno ecclesiale di Verona, è stato relatore sul tema della cittadinanza si stupisce perché “dopo che per tanto tempo si è polemizzato con la chiesa perché parlava della fede e non della vita, ora che parla della vita, e si oppone alla relativizzazione dell’istituto familiare, è accusata di voler imporre il proprio orientamento, contro la libertà di coscienza. Penso invece che il pronunciamento del magistero aiuti e non limiti la libertà di coscienza”.

 

Il Foglio



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